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Susie

“L’infanzia ha certi modi di vedere, di pensare, di sentire del tutto speciale;

niente più sciocco che volere sostituire ad essi i nostri”

J. J. Rousseau.

 

Immagino che sia capitato a tutti, come figli o come genitori, di sentire o fare questa domanda: “Cosa hai fatto oggi a scuola? cosa hai mangiato all’asilo?”Le ultime due risposte che ho sentito sono state indimenticabili:

Sofia (Roma, 4 anni): Mi spieghi perchè a voi grandi interessa sempre cosa mangiamo?!!?

(Ecco, benvenuti nel mondo di Sofia!)

Adele (Livorno, 2 anni): moticità

(Psicomotricità, unica risposta che la bambina dà alla mamma, tutti i giorni!)

Ora. I genitori e gli insegnanti davanti a queste risposte possono arrabbiarsi (mamma di Adele), stupirsi (mamma di Sofi), o chiedersi cosa sta succedendo (la mamma linguista lo fa di mestiere, la mia è una deformazione professionale: spero possa essere utile :) ).

Partiamo dalle risposte. Cosa ci stanno dicendo queste bambine? che la domanda è ormai un rito, di cui non capiscono il senso. O che assolvono come tale. Per i bambini, capire le nostre intenzioni più profonde può essere quasi un istinto ma, e qui c’è un contrasto che la dice lunga sulla complessità della comunicazione, capire le ragioni più strettamente linguistiche può essere difficile.

Quindi, come suggerisce la citazione, dobbiamo partire da quello che i bambini ci dicono e non da quello che ci aspetteremmo. Perchè la comunicazione è anche fatta da riti, da abitudini che incrostano o usurano le parole che usiamo, ma i bambini spesso non hanno queste abitudini e ci mettono davanti al senso vero. Penso a quando in inglese si dice “How are you?” senza aspettare la risposta dell’altro: ormai non si tratta più di una domanda, ma di un saluto equivalente al nostro ‘salve’ o ‘ciao!’ Non è facile però le prime volte che ti senti fare la domanda e ti ritrovi a rispondere al muro mentre il tuo interlocutore è già a chilometri di distanza (esperienza very newyorker).

Più o meno la stessa sensazione devono provarla i bambini: perchè la mamma mi fa sempre questa stessa domanda? cosa mi sta chiedendo?

E i genitori cosa stanno chiedendo? stanno assolvendo ad un rito, ad una pratica di cui a volte nemmeno loro sanno più il senso. Da un lato, si tratta di aprire una finestra di dialogo, come dire: “Raccontami di te, mi interessa sapere come stai, cosa fai quando non ci sono.” Può anche voler dire: “mi sento in colpa per doverti mandare all’asilo, sto male ogni minuto che non ci sei.” Oppure semplicemente: “Dimmi se ci sono rogne. Se devi fare compiti che sconvolgeranno i miei piani per il pomeriggio, se sarò di nuovo chiamato a parlare con le maestre.”

Insomma, un vero caos. Una pratica quotidiana che prende mille sfumature e significati. Può essere che tra genitore e figli si instauri una buona intesa, che ci si intenda sul significato. Susie nella vignetta ha deciso che per lei e sua madre è più soddisfacente chiudere il discorso, dicendo che è andato “tutto bene” (esattamente come nel nostra saluto “Come stai”, a cui si risponde, ma per lo più in modo non problematico e non sincero, dicendo sempre e solo “Bene grazie”).

Se i bambini danno risposte irrituali, non attese, è perchè non hanno ancora imparato lo schema, non sono ancora arrivati al punto di assolvere alla ritualità come fa Susie. O di condividere sinceramente il loro vissuto (c’è qualcuno che lo fa-spero).

Se dunque i bambini, a questa o altre domande, rompono lo schema, ce lo svelano e denaturalizzano, non ci resta che rinnovarlo in qualche modo.

Il primo passo (semplificando a scopo illustrativo la mia proposta), è quello di chiedersi cosa stiamo davvero chiedendo (voglio sapere se è stato/a bene, voglio sapere se ci sono compiti da fare) e poi, possibilmente, fare la domanda più diretta possibile (Ci sono compiti da fare per domani?).

E se il nostro primo pensiero è sapere come stanno o cosa provano i nostri bambini, il mio consiglio è quello di chiedere “Cosa ti andrebbe di fare ora? se hai tanto da studiare, perchè prima non facciamo una torta insieme?”

La condivisione di esperienze è il modo migliore per fare venire fuori in modo spontaneo i ricordi e le emozioni, e non solo quelle dei bambini.

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Immagine: Gocomics

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Giveaway di compleanno

Apdm

 

E’ il compleanno di Aprovadimamma!

Partecipando al giveaway, che si ripete ogni giorno per 10 giorni, si possono vincere i premi in palio che sono molto belli. Le  istruzioni per partecipare sono facilissime, le trovate qui.

In bocca al lupo e se vi chiedono come ci sieti arrivati, lasciate il mio nome (c’è un giveaway anche per i blog) :)

 

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Autobus a Bologna

Parlando usiamo due strumenti: la reticenza e la ridondanza. Entrambe ci dicono molto di più delle effettive parole che usiamo perchè le mettono in relazione con il contesto.

“Eleonora ha una compagna di classe di colore. È l’unica di colore in classe. Questa sua compagna le ha regalato un bellissimo disegno fatto da lei. Arrivando a casa quindi Eleonora me l’ha mostrato dicendomi il nome di chi gliel’aveva dato. Visto che non associavo il nome alla persona le ho chiesto chi fosse.

Quella che non ha potuto venire alla mia festa” è stata la sua prima risposta.
Visto che non c’era alla festa ho continuato a non capire.
Quella che abita in quel palazzo vicino a Oscar.
Hmm…no, la cosa non mi ha aiutato.
Lei che è nel gruppo “blu” con questi altri bambini
Non mi dice ancora nulla. E così abbiamo continuato per un po’ sino a quando le ho detto che me la farà vedere a scuola.
Arrivati a scuola me l’ha indicata e lì mi sono reso conto che nel mondo di Eleonora non esiste usare il colore della pelle per descrivere una persona. Sarà forse uno svantaggio quando giocherà ad “Indovina chi”, ma la cosa mi fa piacere”.

Questo racconto di un papà dopo il congedo parentale ci parla di un’assenza che ci dice molto sui valori della bambina.

E che si pone agli antipodi di quelle frasi in cui una ‘differenza’ viene citata anche quando non pertinente e non rilevante nel discorso. Mi vengono in mente molti articoli di giornale, di cronoca locale, in cui l’origine o il lavoro o il sesso di una persona vengono chiamate in causa senza avere nessuna pertinenza con l’accaduto. Ma non sono solo i giornalisti locali ad usare queste pratiche. Che fanno differenze, anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

Parlare delle differenze, invece, è fondamentale. Segnalo questi link con alcuni consigli:

http://kidworldcitizen.org/2012/01/27/start-a-conversation-about-race-with-kids/

http://www.thedailybeast.com/newsweek/blogs/nurture-shock/2009/09/11/is-discussing-race-with-a-3-year-old-too-young.html

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Spionaggio fai da te

 

Un’amica mi ha detto che dopo una giornata molto dura è tornata a casa e voleva più di ogni altra cosa proteggere sua figlia dai sentimenti confusi e dolorosi che la tormentavo. Quindi si è messa a cantare e ballare, ma la figlia l’ha sorpresa chiedendole: “Mamma perchè sei così triste?”

Se non ricordo male, nell’Anello di Re Salomone di K. Lorenz si parla di un buffissimo pappagallo parlante. Tutti gli ospiti erano curiosi e volevano sentirlo parlare, in particolare si sforzavano di farsi salutare. Gli ripetevano “Ciao, Buonanotte” Ma quello, niente. Provavano a mettersi i cappotti. Niente. Ad uscire di casa. Niente. A fare il giro dell’isolato. Niente. Quando rassegnati salutavano davvero il padrone di casa, allora, imprevisto, arrivava il saluto del pappagallo!

Non è chiaro se queste speciali ‘antenne’ esistano e se siano comuni anche agli esseri umani.

Però accade spesso di percepire che i bambini  riescano a leggere le nostre più profonde emozioni. Ad esempio, quando Bibì era piccola piccola un giorno ha iniziato a ridere. Una risata vera, felice e intensa. Ho chiamato subito il papà e abbiamo provato a farla ridere di nuovo. Niente da fare. Ci guardava sorridente con gli occhioni sbarrati ma non rideva. Qualche giorno dopo, all’improvviso, eccola ridere di nuovo divertita ad una delle nostre facce strane.

Il segreto era svelato ed era ovvio: rideva quando anche noi ci divertivamo e quando riuscivamo ad inventarci qualcosa di nuovo. Non era una particolare espressione ripetuta come a teatro che la faceva ridere, ma la condivisione di qualcosa.

Si sentono spesso consigli di comunicazione che si concentrano sulle parole da usare “Puoi dire così, dovresti dire cosà.” Non sono d’accordo fino in fondo: questi consigli sono utili, secondo me, se affiancati da un altro, quello di riflettere sull’intenzione comunicativa profonda che ci spinge a dire o fare una certa cosa.

Ad esempio, perchè un genitore legge i libri con i suoi bambini? Quale sentimento mi trasmettono le mani della mamma durane il bagnetto o il cambio? Di cosa vibrano queste mani che mi prendono in braccio a notte fonda mentre piango?

Anche quando ci troviamo ad affrontare temi difficili con i bambini, è bene trovare il vero sentimento, il vero contenuto che vogliamo mettere in comune con i bambini. Altrimenti, qualcosa in noi, il movimento di un sopracciglio, la contraddizione di un gesto troppo enfatizzato oppure il tono della voce saranno in grado di ‘tradirci’ e di trasmettere ai bambini quali sono le emozioni che davvero ci animano, o almeno che stiamo dicendo qualcosa di non vero o solo parzialmente vero.

Una maestra che fa una lode immeritata, un genitore che nasconde i suoi sentimenti rischia di essere ‘smascherato’ a livello emotivo dal bambino. Meglio usare poche parole, ma sincere. E’ bene anche ricordare che ci sono molti aspetti del linguaggio che sfuggono alla comprensione dei bambini anche più grandicelli, come l’ironia o il linguaggio indiretto. Non si tratta di scaricare sui piccoli il peso di troppe verità, ma solo di dire loro che è stata una giornata difficile e che la mamma ha bisogno di un po’ di riposo oppure che il compito non è perfetto ma che ci sono già dei miglioramenti.

Questa fiducia e sincerità trasmetterà alla nostre piccole spie anche un altro significato: mi fido di noi, mi fido di te.

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Che cosa significa in un mondo globale essere immigrati, emigrati oppure migranti, sempre in movimento?

Si tratta di una realtà complessa che coinvolge i singoli individui, le loro famiglie e la società a molti livelli, da quello sanitario, a quello scolastico a quello istituzionale anche se spesso, nel dibattito pubblico, viene ridotta ad una questione di ordine pubblico, legalità e sicurezza.

Oggi è la giornata nazionale per la raccolta firme per la campagna L’Italia sono anch’io, che si propone di sostenere due proposte di legge di iniziativa popolare in merito ai diritti per gli imigrati. E’ possibile consultare le sedi dove votare a questo link.

Cosa ne pensate? avete esperienze di diritti (o mancanza di diritti) da cittadini espatriati?

 

 

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Oggi Bibì festeggia il suo primo compleanno. Ho pensato di dedicarle un libro speciale:

NINA E I DIRITTI DELLE DONNE
di Cecilia D’Elia e Rachele Lo Piano
illustrazioni di  Rachele Lo Piano
Italia collana NOMOS+

ISBN:  978-88-7609-204-6

Per parlare di questo libro non so da dove iniziare, forse da Bibì, che sembra dirmi che è un libro ancora troppo grande per lei:

Nina e Bibì

E hai ragione, Bibì, è un libro grande. Perchè è la storia di una famiglia e di un Paese intero che ha conquistato a poco poco molti diritti e molti ancora ne deve conquistare. Come si conquistano i diritti, mi chiedi? Questa storia sembra dirci che si conquistano con la conoscenza, prima di tutto: bisogna sapere tante cose per capire che le cose si possono cambiare. E che il cambiamento è possibile e che tocca a tutti noi cercare di conquistarlo.

Per questo, nel libro ci sono delle schede di approfondimento, in cui si racconta la vita e l’impegno delle donne che hanno partecipato alla storia del nostro paese: è l’educazione esemplare, quella data dall’esempio più che dalle parole, che ci vuole testimoniare l’autrice.

Ma quando l’esempio non è possibile, le vicende sono più forti e Nonna Giovanna viene licenziata appena annuncia la sua gravidanza, è possibile comunque l’educazione: e infatti Nonna Giovanna si assume questo impegno e educa le sue figlie allo studio, fondamentale “per essere indipendenti.”

Cosa significa essere indipendenti? La storia di Nina ce lo dice: significa conoscere, per essere indipendenti nel giudizio. Agire, per non dipendere dalle azioni degli altri. Collaborare, perchè non c’è niente di più prezioso del confronto con gli altri.

E narrare. Di madre in figlia, perchè la storia sia anche riconoscimento di umanità.

Perchè parlare di questo, oggi? Ogni volta che si parla di storia e diritti delle donne, qualcuno dice che sono argomenti superati. Purtroppo, molti fatti intorno a noi ci dicono che non è così: i casi di femminicidio in Italia sono in crescita e si segnalano 12 episodi nei soli primi 15 giorni del 2012 (fonte). Le immagini che rappresentano le donne secondo stereotipi non solo vecchi, ma violenti, sono ancora permesse e a volte estese alle bambine.

L’educazione sessuale e riproduttiva, la parità dei diritti del mondo del lavoro, la tutela della maternità e il sostegno alla genitorialità sono alcuni dei diritti per cui molti lottano, convinti che possano avere conseguenze di rilievo nella vita di tutti i giorni, per tutti.

Ho detto ‘lottano’ in realtà, questa metafora bellica non mi piace e allora prendo in prestito le parole di Mariella Gramaglia, che ha scritto l’introduzione a questo bellissimo libro: “E soprattutto fatti sentire. Intendo dire: fatti sentire dal mondo.”

Bene, Bibì, vedo che mentre la mamma scrive, tu hai preso confidenza con il libro di Nina. Sono contenta: è il mio regalo e soprattutto il mio augurio, che tu cresca forte come le donne di Nina.

Bibì e Nina

Ringrazio l’On.Cecilia D’Elia, con cui ho potuto parlare proprio oggi del suo libro e che spero venga a trovarci per raccontarci ancora la storia di queste donne, che è la storia della sua famiglia e dei nostri diritti, anche di quelli negati.

Ringrazio Emanuela Casavecchi della Sinnos Editrice, che mi ha generosamente guidata in questo percorso di incontro con Nina e Cecilia.

 

Questo post partecipa, con un giorno di anticipo, al Venerdì del libro.  Questo appuntamento nasce da un’idea di Paola di Homemademma che sta anche organizzando una biblioteca virtuale raccogliendo su Anobii tutte le proposte, a questo link.

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Home made Hamsa

Diversità. Nella nostra lingua, come abbiamo detto, questa parola contiene in sè un destino di allontanamento, di separazione, di isolamento.

Non ci sono ricette facili per andare incontro agli altri e vivere la differenza come una ricchezza, e per questo serve un dialogo continuo tra mondi di qua e mondi di là.

Se parliamo di diversità tra culture, dobbiamo sapere che ci sono molti ostacoli linguistici che vanno al di là del codice linguistico che usiamo: si può parlare la stessa lingua ma in modi molto diversi, che portano a fraintesi e incomprensioni. E la comunicazione interculturale richiede un’orecchio linguistico attento per sintonizzarsi con l’altro e distinguere i veri significati dal rumore di fondo.

Un buon modo per parlare di differenze culturali con i bambini può essere quello di avvicinarli ai simboli culturali e religiosi. Per scoprire ad esempio che sono comuni a culture in conflitto, come quella araba e quella ebraica.

In Medio Oriente, è diffuso l’hamsa, un simbolo portafortuna a forma di mano, con l’immagine di un occhio divino che allontana il male.

Ho scoperto questo simbolo quando vivevo a New York, nel quartiere ebraico, e mi è ha stregato da subito per la densità della sua storia e per gli spunti che se ne possono ricavare. Come si legge in Kid World Citizen:

“la parola hamsa deriva dalla parola araba per il numero 5 e sta ad indicare le 5 dita della mano. Per l’Islam, l’ hamsa rappresenta la mano di Fatima, figlia di Maometto. Nella tradizione ebraica, l’hamsa è la mano di Miriam, sorella di Mosè, ma può rappresentare anche i cinque libri che compongono la Torah. Nel mondo Cristiano, nell’hamsa si riconosce la mano di Maria, madre di Gesù”.

Con i bambini, si possono costruire bellissime hamsa, come quelle della foto, e giocare con le differenze, in questo caso, significa scoprire che non siamo poi così diversi.

Riparleremo di comunicazione interculturale, intanto segnalo un link (in inglese), un corso online.

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Tutti diversi, tutti insieme.

Tutti uguali tutti diversi

 

In questi giorni Mamma Fatta Così sta facendo vibrare la Rete di energie, emozioni e commozione. Molti blog si sono uniti a lei per riflettere sulla diversità, sulla comunicazione, sulla condivisione in rete… lei stessa chiede su Facebook: “Parliamone ancora.”

Etimo

L’etimo di ‘diverso’ (‘rivolto altrove’) e ‘differente’ (‘uno qua, uno là’) rimandano ad una stessa immagine: strade che vanno in direzioni opposte.

Non si fa fatica a pensare che secondo l’astrologia linguistica queste strade siano destinate a non incontrarsi mai.

Ed è da qui che, nella mia riflessione, voglio partire: dall’incontro.

Perchè ciò che è diverso fa paura quando non lo si conosce, quando non lo si incontra. E allora la nostra salvezza sono tutte le occasioni di incontro, anche virtuale, in cui si conosce un pezzetto della diversità degli altri e ne mettiamo fuori un po’ della nostra.

E penso che anche per i bambini sia così: che la differenza sia una cosa da vivere, di cui fare esperienza.  Per questo mi inquieta quando si propone come gioco l’assenza di diversità. Ne ho parlato di recente a proposito di alcune bambole chiamate ‘mini-me’, identiche alle piccole proprietarie. A chi fa paura la differenza? E perchè?

Nelle scuole che seguono il metodo Montessori è invece in uso una pratica di valorizzazione della differenza e dell’unicità: il rito del compleanno. Per festeggiare ogni bambino viene creato e letto un piccolo libro che ne racconta la storia: “I bambini imparano in questo modo qualcosa di estramente importante: la vita di ogni singola persona è interessante per tutti gli altri e ciascuno è parte di un tutto.”

Ho sentito che in cinese la parola ‘crisi’ contiene in sè il significato e la metafora di un ‘cambiamento che può essere un’opportunità’ e mi piacerebbe se provassimo a scavare nelle lingue che conosciamo per trovare un’immagine della diversità che non ci allontani, ma ci faccia incontrare.

Spero proprio che da qualche parte si trovi una metafora che ci dia testimonianza di un immaginario della diversità privo di paura.

Sul tema in generale, oltre che sul dibattito specifico, richiamo qui alcuni contributi tutti da leggere, post e commenti:

Nati x delinquere

Un  non blog con il minimo sforzo

Mamma Claudia e le avventure del Topastro

Mamma in Verde

Mestiere di Mamma

Mamma di Fretta

Mo te lo spiego a papà chi è Marco

Libri Stefania

Il Mondo di Cì

Il regno di Op

Trovo altri link di continuo, li aggiungo qui:

Il cognome straniero non fa trovare lavoro, in Norvegia

Madre Creativa

A casa con la mamma

Libri ed emozioni

Il blog di Luna

La cultura della differenza (Il mondo di Cì)

Aggiungo la segnalazione di questa iniziativa UNESCO che vuol portare nelle scuole una materia speciale “Il rispetto per tutti”

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Che cosa vuol dire sordità? una lingua speciale, fatta di mani che volano veloci e di sguardi concentratissimi. Con l’unica avvertenza: il riconoscimento precoce e la precoce esposizione alla lingua, proprio come per i bambini che ci sentono. Infatti, se si aspetta troppo tempo, ci possono essere delle conseguenze molto gravi. Un caso emblematico è quello dei bambini sordi del Nicaragua, come racconta Mary No Name.

Un grande studioso, F. Grosjean, propone poi di parlare di diritto al bilinguismo, per i bambini sordi, che trovano nella lingua dei segni la loro lingua madre naturale e nella lingua orale del loro paese la loro ‘seconda’ lingua. La lingua orale è fondamentale non solo per leggere il labiale, ma anche per accedere alla lingua scritta.

Vi consiglio questo video, se non l’avete già visto: Baby Pram e Tummy sono riuscita a capirle:)

Ava e il linguaggio dei segni

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Imparare la prima lingua è ‘la più grande opera intellettuale che ognuno di noi è chiamato a compiere’ (Bloomfield , 1933: 29)

Due amiche hanno appena avuto rispettivamente un bambino e una bambina e pensando a loro ho pensato di creare un piccolo riepilogo che spero possa servire come traccia, come Vademecum, per i neogenitori alle prese con i loro bambini dalla nascita ai tre mesi. Sono gli appunti che ho preso vivendo i primi mesi con Bibì, che ormai sta per compiere un anno.

  1. I bambini nascono socialmente attivi: riconoscono e preferiscono i volti umani più di qualsiasi altre immagini. Per questo ci cercano, per questo il dialogo ravvicinato li calma, li interessa, li attrae e coinvolge (I bambini nascono ‘socialmente attivi’). La distanza ideale? quella dell’allattamento (A me gli occhi!).
  2. Quella di cercare e riconoscere i volti umani non è l’unica competenza che i neonati hanno già alla nascita: riconoscono e preferiscono anche i suoni delle lingue che hanno ascoltato dal pancione. E le voci che sentivano, in particolare quella della mamma (Voce di (lingua)madre).
  3. E il papà? non lo diciamo mai abbastanza: i papà sono importanti importantissimi, fin dalla nascita o anche prima (Il ruolo dei papà nell’apprendimento della lingua madre).
  4. Non c’è nessuna fretta per imparare le lingue… anzi sì! (Periodo critico: ovvero il ruolo dell’età nell’apprendimento delle lingue).
  5. I bambini sono già cittadini del mondo (I bambini nascono cittadini del mondo: linguaggio e sviluppo cerebrale).
  6. Non servono grammatiche o dizionari, il metodo è semplicissimo: “Imparo se mi parli”. Le fonti di apprendimento del linguaggio per i bambini.
  7. E per far quadrare il cerchio: i bambini stanno al centro! (Aiutare lo sviluppo linguistico: lo stile di interazione che mette al centro i bambini)
  8. Ci sono aspettative tanto diverse se si tratta di una bambina o di un bambino? dipende moltissimo da voi, dal peso che date alle differenze di genere o alle caratteristiche individuali, anche se, differenze legate al sesso esistono (Differenze di genere e linguaggio).
  9. Lo ripetono tutti: ogni bambino ha i suoi tempi! E’ vero però….  (Ogni bimbo ha i suoi tempi e i suoi modi).
  10. Il pianto: i neogenitori più del bambino possono trovarsi immersi in una lingua inizialmente straniera… Chiedersi perchè piange diventa un mantra. Gli esperti danno un consiglio pratico pratico, che a noi è servito molto: procedete per esclusione! (Perchè piange? si può procedere per esclusione). E, se serve, si può prendere addirittura un manuale tutto sull’argomento (Quando i neonati piangono…).
  11. I bambini però non piangono e basta! Imparano da subito a fare un sacco di suoni. Prima arrivano per caso, un colpo di tosse, una risata, poi imparano a farne compagni di gioco sempre a portata di mano… mmmh di bocca (I primi suoni).
  12. Ma come comunicare con i neonati? ci sono tanti modi! tra adulti e neonati si crea una specie di danza, di movimenti sincronizzati, fino al sorriso e poi alla parola, che sono alla base della conversazione vera e propria (Comunicare senza parlare: protoconversazioni).
  13. E quando la pazienza rischia di scappare, è importante contare fino a 10 (Sostenere lo sviluppo linguistico: i contenuti affettivi nelle situazioni difficili)
  14. Il linguaggio del corpo è molto importante: gesticolare aiuta (Il linguaggio del corpo).
  15. E se potete farvi un regalo che sviluppa l’attaccamento tra genitori e bambini e dà tanto nutrimento al cervello dei bambini, regalatevi un corso di nuoto neonatale e un corso di massaggio (Comunicare prima di parlare: il contatto fisico con i neonati).
  16. Possiamo già aiutarli nello sviluppo del linguaggio? certo! La ricerca più recente ci dice che già a 6 mesi i bambini conoscono un buon numero di parole, quindi non è mai troppo presto per porre attenzione a questo aspetto (Bebè in ascolto: come favorire lo sviluppo comunicativo e linguistico nei bambini da 0 a 3 anni).
  17. Quando leggere i primi libri? e come? qualche consiglio lo trovate in questo post e se ne avete altri… li aspettiamo! (I love leggere con il baby: come leggere i libri ai bambini nei primi mesi di vita).
  18. E da quale libro partire? In molti e suggeriscono uno speciale, pensato proprio per le competenze visive e relazionali del bambino piccolo che… quasi quasi se lo può leggere da solo! e di cosa parla? Di sorriso, di pianto… di tutti noi (Il primo libro sulle emozioni: per neonati).
  19. E se sono gemelli? serve qualche attenzione in più (Figli gemelli: quali rischi e quali buone pratiche per lo sviluppo del linguaggio?).
  20. E la musica? la musica secondo alcune teorie si apprende com la lingua madre, in modo naturale, vivendola quotidinamente, fin dalla nascita, o anche prima! (A scuola di musica: intonati si cresce).

 

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Con mia sorella, più piccola di me, ho fatto esperienza di questo: con i bambini, i conti a volte non tornano. Faccio un esempio per spiegarmi meglio.

Birthday Monsters by Sandra Buynton

Un’aranciata fresca in frigorifero: mia sorella ne prende almeno tre bicchieri, assetata. Ne prendo l’ultimo bicchiere rimasto e lei scoppia a piangere, gridandomi, con tutte le ragioni, dal suo punto di vista: “Ecco!! L’hai bevuta tutta!!”

Che cosa vuole dire ‘bere tutta’ l’aranciata? Berne l’ultimo bicchiere o tutti quelli precedenti? Da un certo punto di vista, mia sorella aveva ragione: l’aranciata l’avevo finita io.

Però, non l’avevo ‘bevuta tutta’ io. Ma come ragionano, questi bambini?

In uno studio sperimentale del 2001, Ira Noveck dimostra che i bambini possono essere ‘più logici degli adulti’. In particolare, alcuni studi hanno fatto specifici esperimenti, in genere con bambini intonro ai 5 anni. Se, ad esempio, ci sono cinque bicchieri pieni di aranciata e qualcuno dice: “Alcuni bicchieri sono pieni” un adulto rifiuta questa frase: “No, tutti sono pieni” mentre un bambino di 5 anni dice: “E’ vero!”

Chi ha ragione? Tutti e due, in un certo senso.

E’vero che alcuni bicchieri sono pieni e per questo i bambini che hanno 5 anni o meno accettano come vera e corretta la frase. Tuttavia, per un adulto, l’informazione trasmessa è insufficiente a descrivere la situazione: infatti, anche se la frase, di per sè non è scorretta, può lasciare intendere che ‘alcuni bicchieri non sono pieni’ e gli adulti preferiscono essere più informativi e usare una frase che non lasci spazio a fraintesi.

Il ragionamento che fanno gli adulti è parte dell’esperienza della lingua e della comunicazione, è parte della consapevolezza di ciò che gli altri possono capire dalle nostre parole. Una competenza complessa che non si trova sul dizionario, quindi, ma si impara con il tempo, crescendo.

Nella lite tra me e mia sorella… chi aveva bevuto tutta l’aranciata? chi l’aveva finita o chi ne aveva bevuta di più? ancora oggi, non ci giurerei che io e mia sorella ci troveremmo d’accordo!

Ringrazio di cuore il Dr. Ira Noveck per aver generosamente discusso con me il suo articolo!

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Fonti:
Ira A. Noveck (2001). When children are more logical than adults: experimental investigations of scalar implicature. Cognition 78 165-188.

Immagine di Sandra Boynton

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2011 in a nutshell

La nanna con la mamma

Ho scoperto con un po’ di ritardo la proposta di Palmy di fare un riassunto in sei punti dell’anno che si è appena concluso, ma mi fa piacere unirmi a lei e agli altri in questo breve riepilogo.

Ecco i sei punti:
1) il libro che ha lasciato il segno
2) il luogo che non dimenticheremo
3) la nuova ricetta che è diventata nostra
4) un nuovo interesse che abbiamo coltivato
5) la frase che abbiamo aggiunto al repertorio delle citazioni preferite
6) i blog che abbiamo trovato

E’ necessaria un’avvertenza: quasi esattamente un anno fa è nata la mia bambina… inevitabilmente sarò monotematica!

1) Il libro che mi ha accompagnata per mesi, quest’anno: “A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni” di Silvia Vegetti Finzi con Anna Maria Battistin. Lo riassumo in una sola parola chiave: l’empatia (sul tema segnalo l’articolo di un’amica).

2) Il luogo che non dimenticherò… la sala parto. La voce della mia bimba che ha pianto finchè non me l’hanno messa vicina. E ogni minuto da allora in poi.

La pappa

3) Per la ricetta le cose si complicano, in gravidanza mi ero illusa di aver imparato a cucinare, poi dopo non ho più avuto il tempo, o la pazienza! La ricetta più nuova in assoluto è quella della pappa… vale??

3) Un nuovo interesse, anzi due: blogging e… in piscina tutti insieme!

In piscina!

5) La citazione che mi ripeto con più frequenza, quest’anno, anche se la conoscevo già, è tratta da un libro di filosofia che mi è piaciuto molto:

“Prima di essere qualsiasi altra sua facoltà, l’uomo è un animale visionario: ogni facoltà umana è infatti, in quanto specificamente umana, coinvolta nella potenzialità di trasformare qualsiasi già dato in altro, cominciando ad immaginarlo diversamente.”

6) E’ difficile ricordare quanti blog ho incontrato quest’anno! Ho condiviso e scritto sapendo che sarei stata io ad imparare da chi mi viene a trovare e da chi avrei incontrato lungo la strada. Ho imparato che si può mangiare l’allegria… oops l’allergia (questo lapsus che ritengo significativo me lo sono portato dietro per mesi!) e fare scelte autonome che danno molte soddisfazioni. Ho imparato che ognuno ha un suo mondo, in cui entrare in punta di piedi. Ho visto come molti genitori giocano a crescere: grazie alle lingue, alla felicità, alla creatività, ai libri, al confronto con le altre mamme, all’ecologia, alla scienza, ai risvegli imprevedibili, all’espatrio e… lasciandosi ispirare dai cacciatori kiwi.

Partecipare alla rete di blogger significa molte cose: la più inattesa per me, che prima di giugno non conoscevo nessun blog in particolare anche se usavo spesso Liquida invece di Google, è quella di poter condividere azioni attraverso le parole: ringrazio Paola, Mamma Claudia e il Topastro, l’iniziativa #donnexdonne, il cuorcalendario. Ci sono anche blog che voglio frequentare di più perchè sono densi di ispirazione su temi che mi coinvolgono molto: Palmy, Mamma F e Mamma C., Catepol, Yeni Belquis. E un’aspirazione… che dico e non dico per scaramanzia.

In questo momento, c’è una mamma in fieri, che è in ospedale e da cui aspettiamo notizie in tantissimi, partecipando anche ai sentimenti di un’attesa diversa.

L’ultimo incontro è stato ricco, caldo e ravvicinato: lo vivo come un regalo, una compensazione, perchè avrei voluto tanto stare di più a casa con la mamma.

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Kids

Dopo il primo compleanno dei figli, i genitori iniziano a prestare molta attenzione al loro sviluppo linguistico e comunicativo. Le prime parole danno grandissime emozioni e, se si fanno aspettare, nei genitori può nascere un po’ di ansia.

In effetti, nei primi tra anni di vita, è molto importante che i genitori e gli educatori non trascurino questi aspetti che saranno spesso indagati anche dai pediatri al momento delle visite.

I disturbi di linguaggio sono i disturbi neuropsichici più diffusi tra i bambini di età compresa tra i 2 e 6 anni.

La definizione di “ritardo o disturbo del linguaggio” a questa età è una definzione usata per descrivere delle situazioni molto diverse tra loro: infatti, i disturbi linguistici possono essere secondari, cioè manifestarsi in associazione con altre condizioni patologiche (deficit neuromotori, sensoriali, cognitivi e relazionali) o primari, da soli, i veri e propri “Disturbi specifici del linguaggio” (Fonte: Ospedale Bambino Gesù).

I bambini con un disturbo di linguaggio possono avere difficoltà anche nell’interazione con le insegnanti e i compagni all’asilo e può trarre vantaggio da un ambiente preparato all’accoglienza e alla gestione delle sue difficoltà.

Nel processo di acquisizione ci sono differenze molto grandi tra i bambini e la valutazione deve essere fatta caso per caso, da personale specializzato. Se si sospetta un qualche problema con il linguaggio, è di fondamentale importanza che i genitori si rivolgano precocemente al pediatra e al logopedista.

 

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Fonti per questo post:

Thal, J., Bates, E., Goodman, J., & Jahn-Samilo, J. (1997).  Continuity of language abilities in late- and early-talking toddlers. In D. Thal & J. Reilly (Eds.), Special issue on Origins of Communication Disorders, Developmental Neuropsychology , 13(3), 239-273.

Photo Credits: Wikimedia (Tommy Wong)

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Due chiacchiere e un biberon

Iaia

Un’amica mi ha consigliato come regalo per Natale per Bibì una bambola e un’altra carissima amica ce l’ha regalata.

Ad ogni età, sono adatte bambole diverse e i bambini possono giocarci in modi diversi, come si legge anche in questo e questo bellissimo post di Melassa. Consiglio anche questa lettura, se pensate che una bambola non sarebbe adatta ad un maschietto.

Bibì adora la piccola Iaia, le dà la pappa col biberon, la spazzola (è senza capelli, ma non ci formalizziamo!) e… le due fanno insieme un sacco di discorsi! Al momento, io e il papà di questa strana lingua capiamo solo una parola, pappa, chissà se riusciremo a migliorare o se non farà prima lei ad imparare la nostra lingua!

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In classe

Imparare la prima lingua, o le prime lingue, non richiede ai bambini soltanto di imparare parole, verbi, e congiunzioni, ma anche di usare le consocenze linguistiche nei tanti modi diversi che le diverse situazioni comunicative e sociali richiedono. A scuola, ci si esprime e comporta (anche linguisticamente) in un modo, a casa o con gli amici in un altro. Se i bambini non imparano a modulare le loro conoscenze linguistiche in relazione alle diverse esigenze, possono trovarsi svantaggiati in alcuni contesti, ad esempio quello scolastico.

Quali attività si possono fare a scuola o a casa per ampliare il repertorio comunicativo dei bambini?

Un esercizio utile può essere svolto durante piccoli esperimenti scientifici, attività complesse ma ordinate. Oppure durante piccole esperienze quotidiane, come una passeggiata, che può diventare l’occasione per molte altre attività (anche comunicative).

Gli adulti, possono fare domande ai bambini nei vari momenti di un’attività, chiedendo loro di: prevedere quello che succederà, descrivere le azioni appena fatte, fare un collegamento con le conoscenze precendenti, esprimere la propria opinione.

Una strategia importante è quella di fare domande aperte (“Cosa pensi che succederà ora?”) e di lasciare ai bambini il tempo di rispondere.

Un altro aspetto importante è quello di cercare vivere queste occasioni come una palestra: non si tratta solo di dare delle risposte, ma di farlo in un modo sempre più complesso, focalizzando l’attenzione sulla forma e non solo sul contenuto.

Come diciamo sempre, non è consigliabile fare correzioni dirette, sono da preferire le riformulazioni. Ad esempio se un bambino dà una risposta in qualche modo ‘potenziabile’, possiamo riformularla, dicendo “Sono contenta che ti sia piaciuta la passeggiata! Cosa ti è piaciuto in particolare?” (vedi il punto 7, qui)

Nel caso di attività di gruppo, la gestione dei turni sarà l’occasione per trasmettere ai bambini il senso del diritto di parola per sè e per gli altri. Le nostre scelte trasmetteranno anche una modalità gerarchica o democratica di interazione.

Se ci si trova in una cultura diversa o con bambini di culture diverse, si deve considerare che le diverse culture possono avere modalità diverse di interagire in un certo contesto: a scuola, si può essere liberi di parlare, chiedere la parola alzando la mano oppure intervenire liberamente se non sta parlando nessun altro. Le diverse culture hanno anche, ad esempio, modi diversi di rispondere ad una domanda: c’è chi si aspetta una risposta ‘secca’, mirata, chi preferisce una risposta ampia, come se la domanda fosse solo lo spunto da cui partire.

Spesso non conosciamo queste ‘regole non scritte’ della comunicazione e possono nascere fraintesi. Chi si trova a contatto con culture, avrà bisogno di capire quali sono i comportamenti che ci si aspettano nelle diverse situazioni… un compito che può richiedere tempo e dedizione.

 

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Fonte:

Wilcox, M.J., Murphy, K.M., Bacon, C.K., and Thomas, S. (2001). Improving language teaching practices in preschool classrooms. Infant Child Research Programs, Arizona State University, Tempe Arizona. http://icrp.asu.edu

Photo credits

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