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Da qualche mese, da noi, è un’esplosione di nuove parole. Alcune ci abbiamo messo un po’ a riconoscerle, come quando Bibì se ne andava per casa modulando uno strano suono a noi sconsociuto “tottoooliii”… per poi capire che imitava le nonne o le tate che le dicevano ‘Totto-lì’, ovvero ‘non toccare lì’, in un babytalk che ci era sfuggito! Da quando ha imparato a dire ‘bubu’ per i cani, chiama così anche i gatti e tutti gli animali per cui non sa imitare il verso o il nome. Da quando è arrivata la primavera poi, è tutto un ‘iori, iori, iori’!

Questi, sono ‘iori’:

(F)iori

 

e ancora ‘iori, iori!’

(F)iori

E questi….

Petali

….e anche queste: “Mamma, iori”

Foglie

e questi:

Fili d'erba

Ma sono ‘iori’ anche queste:

Bolle

e questa:

Schiuma del mare

Potremmo pensare che si tratti di semplici errori, ma in realtà, quando si imparano le prime parole, il loro uso non corrisponde a quello degli adulti. Si va da un processo di sovra-estensione, per cui molte cose sono ‘iori’ e tanti gli animali sono ‘bubu’, per arrivare ad un processo di sotto-estensione, per cui a due anni non tutti sono d’accordo a chiamare ‘animali’ esseri tanto diversi quanto l’elefante e il gatto. Solo con il tempo, l’uso delle parole corrisponde a quello che conosciamo meglio e che assegna alle parole determinati significati e che stanno tra loro in precisi rapporti in una rete sematica (per cui anche l’essere umano, alla fine, è un animale).

Su cosa si basano le associazioni che fanno le bambine e i bambini? Non tutti concordano su questo punto, ma si pensa che in un primo momento vengano chiamate con lo stesso nome le cose che hanno una funzione simile (ad esempio , tutto ciò che che si può indossare) e poi tutto ciò che ha un aspetto simile (ad esempio, tutte le cose sferiche).

Quindi, il lettore ottico per fare la spesa si presta bene anche per telefonare alla nonna <3 <3

"Tonto, nonna?"

Quali strane associazioni avete notato quando i vostri bambini e le vostre bambine imparavano le prime parole?

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Vorrei  invitarvi ad un piccolo appuntamento settimanale a cui do inizio oggi: le bambine e  i bambini maestri. Il tema prende spunto dalla riflessione di M. Montessori, secondo la quale “Il bambino è “maestro” di se stesso, perché deve “approfittare” di ciò che la natura ha predisposto per la sua crescita, fisica e psichica. In questo, diviene anche nostro “maestro”, perché ci offre la possibilità, osservando il suo comportamento, di scoprire le “leggi” alle quali, se non ostacolato, sta rispondendo”.

Possiamo scambiarci un pensiero, una frase, una foto, un ricordo… qualsiasi cosa ci possa dare testimonianza di quali insegnamenti siano capaci di dare i bambini e le bambine agli adulti che li ascoltano.
Partecipare è facile: potete scrivere direttamente qui nei commenti oppure, per chi ha un blog, scrivere un post e mettere qui il link. Aspettando di conoscere le vostre esperienze, vi racconto la prima lezione’ della mia bambina, e quella di M.

Una sera tardi di fine estate, al sesto mese di gravidanza, stavo navigando in internet e mi sono trovata davanti alla pagina Facebook di un ex studente, conosciuto durante il dottorato, quindi poco più piccolo di me.

M. aveva scelto di lasciarci, andandosene da casa con lo zaino in spalla per non tornare più.

M. non c’era più, ma la sua pagina era sempre lì. E anche i suoi compagni di università e i suoi amici. Alcuni lo rimproveravano, altri lo perdonavano, altri gli facevano gli auguri di uno strano compleanno: “mi sono ricordata che una volta ho dimenticato il tuo compleanno. adesso lo ricordo anche se facebook tace.”

I ricordi, le domande, la rabbia, il dolore, la nostalgia dei compagni si sono confusi con i miei. E’ stata una delle prime volte che dal pancione la mia bambina si è fatta sentire in modo chiaro. Ho sentito con forza che lei c’era, che era con me, che non sarei più stata sola. E che avevo una grande responsabilità, quella di crescerla felice. Perchè tutto il resto, intelligenza, genio, bellezza, forza, intraprendenza, abilità, creatività, successo, amici… tutto il resto che un genitore può augurare ai figli non ha potuto salvare M.

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Quando l'attesa si interrompe

E’ stata una gravidanza,

è stato un parto,

è stato ed è un bambino.

Wehcamp.

Domenica sarà la Festa della Mamma e vorrei dedicare un pensiero e un libro alle mamme che hanno perso un bambino presto, prima di vederlo crescere, o anche prima di vederlo nascere. E’ una riflessione che faccio fatica a fare, ma che voglio condividere perchè a me avrebbe fatto bene conoscere prima questo libro, le sue riflessioni e le preziose testimonianze che raccoglie.

Mi ha dato il libro di Giorgia Cozza “Quando l’attesa si interrompe” un’amica, nella circostanza che immaginate e che ho vissuto più volte. Con il mio compagno abbiamo pensato che fosse giusto parlarne, perchè i genitori che affrontano questo dolore siano sempre meno soli. Al dolore della perdita se ne aggiungono altri e la solitudine e l’impreparazione sociale sono tra questi. Un’altra cosa che mi dava terrore era non sapere dove vanno questi bimbi a cui non si fa in tempo nemmeno a dare un nome, ma che hanno vissuto in noi proprio come gli altri…  una fitta di dolore momentanea, incurabile.

L’unica cura è stata sentire, come dice Giorgia Cozza, che “un bambino perso, non è perso per la sua mamma. Lei lo custodisce per sempre, al sicuro, nel suo cuore. Trascorrono le settimane, trascorrono i mesi. E il dolore si trasforma. Ogni ora, ogni giorno, senza che ce ne rendiamo conto, il nostro dolore diventa qualcosa di diverso da quello che è stato il giorno precedente. Ma anche noi diventiamo qualcosa di diverso da quello che eravamo. Perché il dolore ci forgia, ci mette alla prova e allo stesso tempo ci fa scoprire e maturare nuove e spesso inattese risorse personali. In una parola, fa di noi delle persone migliori. Forse è questo il dono che i bambini speciali fanno alle loro mamme.”

Sono in molti i genitori che fanno tesoro di questo dono e che per questo chiedono che venga istituita una Giornata di Consapevolezza sulla morte durante la gravidanza o dopo il parto: “da più di 10 anni molti paesi del mondo (Inghilterra, Stati Uniti, Australia, Norvegia) hanno istituito la giornata internazionale della consapevolezza sulla morte dei bambini durante la gravidanza o dopo il parto.
Questa giornata ricorre il 15 Ottobre e si celebra ogni anno con numerose iniziative locali . Questo fenomeno, che solo per la morte in utero riguarda ogni anno tre milioni di bambini e altrettante famiglie in tutto il mondo, rimane del tutto ignorato dalla maggior parte delle istituzioni, nonostante i notevoli sforzi di numerose associazioni”.

Due genitori speciali, medici, hanno fondato un’associazione attiva per dare informazione, sostegno ai genitori e contribuire a cambiare le cose. Questa rete, “Ciao Lapo“, è nata quando Claudia e Alfredo hanno dovuto dire addio al loro secondo figlio:  “Tornati a casa a braccia vuote e con il cuore pieno di incredulità e dolore, ci siamo sentiti soli, e non siamo riusciti a trovare nessuno che potesse aiutarci ad affrontare questo lutto nel migliore dei modi. Sbigottiti da questa solitudine e dall’assenza di risorse (libri, articoli, specialisti etc…) abbiamo quindi pensato che la morte di un figlio durante la gravidanza o dopo il parto fosse così rara da non necessitare di cure e di sostegno. Ci abbiamo messo qualche giorno, ( e molte notti insonni…) per capire che non era vero nulla. Non è vero che siamo pochi: in Italia, 2000 genitori all’anno perdono i loro bambini dalla 20° settimana di gravidanza in poi. Non è vero che i nostri bambini muoiono senza motivo.

Soprattutto, non è vero che non abbiamo bisogno di sostegno e che “un’altra gravidanza” risolve tutto: in tutto il mondo, anche nei paesi in via di sviluppo, si affronta quotidianamente il problema del lutto perinatale, e si è sostenuti da una rete fitta di volontari, medici, genitori e operatori che stanno a fianco dei genitori e consentono ai genitori di affrontare il lutto al meglio delle loro possibilità…ci siamo ritrovati, nel primo mese dopo la morte di Lapo, nella solitudine più completa, ben sapendo che non eravamo soli, che altri genitori nello stesso momento stavano soffrendo come noi senza poter disporre di nessuna rete, nessun aiuto, nessunno strumento. Abbiamo dunque pensato che non potevamo accettare questo silenzio.

Per rompere questo silenzio, possiamo diffondere questo libro. E firmare la petizione che propone di dedicare un giorno alla consapevolezza e al ricordo. E’ importante promuovere la consapevolezza dei genitori e del personale che è vicino a loro in quel momento: perchè sia data assistenza ai genitori in quanto tali e perchè non esistano più le parole – e le pratiche mediche da queste ispirate- “Non era un bambino”.

 

Letture

Giorgia Cozza (2010). Quando l’attesa si interrompe. Riflessioni e testimonianze sulla perdita prenatale. Il leone verde.

Giorgia Cozza (2010). Goccia di vita. Alex piccola storia di un’attesa spezzata. AVE edizioni.


 

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Questo post partecipa, al Venerdì del libro, appuntamento nato da un’idea di Paola di Homemademma che sta anche organizzando una biblioteca virtuale raccogliendo su Anobii tutte le proposte, a questo link. Gli altri apppuntamento a cui ho partecipato li trovi qui.

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Oggi vorrei proporvi un tema di discussione molto attuale, che trovo anche di grande importanza per chi si occupa di educazione (genitori insegnanti tra i primi).

Usare un termine o un altro può fare la differenza, ne abbiamo tutti coscienza, ma fino a che punto siamo coscienti di tutte le forme linguistiche che utilizziamo? fino a che punto ci rendiamo conto che le espressioni del linguaggio e gli usi comunicativi che ereditiamo dalle generazioni che ci precedono servono per ‘tramandare’ una specifica visione del mondo – visione che potremmo anche non condividere del tutto?

Una pubblicazione recente ha discusso di linguistica pragmatica emancipatoria: un termine complesso che vuole  dire, in sintesi, che la riflessione sul linguaggio può aiutarci a capire che quando parliamo faccio uso di forme linguistiche che possono influire su chi siamo e su come ci rapportiamo agli altri e alla cultura che ci sta intorno.

La linguistica pragmatica emancipatoria si propone  questo: diffondere pratiche educative che servano a ‘smascherare’ cosa facciamo quando parliamo in un certo modo e cosa potremmo fare per cambiare le cose a partire da un cambiamento nel linguaggio. L’esempio che troviamo negli atti del convegno è questo: poniamo di dover presentare la intervento decisione di un’azione bellica ai cittadini. Se uso il termine RTI RIght to Interfere (Diritto di interferire) uso forse un’espressione corretta e comprensibile, ma poco convincente. Se uso il termine  RTP Responsability to protect, presento l’azione da una doversa prospettiva, forse meno veritiera ma più facilmente accettabile. Chi parla in questo caso usa con sapienza e, potremmo dire, malafede, la sua coscienza linguistica.  Come cittadini, siamo sempre in grado di smascherare in modo immediato la scelta fatta? siamo in grado di capire il meccanismo di scelta linguistica o accettiamo la seconda etichetta come se descrivesse realmente un diverso progetto strategico? L’ambito disciplinare di cui stiamo parlando si propone di diffondere l’educazione linguistica in ottica emancipatoria, fornendo strumenti per usare il linguaggio “in a non-oppressive, even liberating way” (J. L. Mey 2012:706).

Quali sono a vostro avviso usi ‘oppressivi’, discriminatori e ingannevoli della nostra lingua? Quali sono le vostre pratiche liberatorie? Avete suggerimenti per approfondire il tema con le bambine e i bambini?

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Approfondimenti

Le lingue: quando sono loro che ci usano
Maschio o femmina? non sessista lo vorrei

Linguaggio non sessista in inglese

 Letture consigliate

Che genere di lingua?

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Saggio

Oggi, per il Venerdì del Libro, vorrei proporvi un saggio molto intenso, che si interroga sulle nuove generazioni e sul loro mondo, andando a scoprire un genere e un libro che i ragazzi e le ragazze oggi apprezzano molto: Twilight. Entriamo subito nell’atmosfera del saggio che è intitolato “Twilight. Filosofia della vulnerabilità“:

« Twilight, in italiano è il crepuscolo, quel momento di sospensione – magico ma allo stesso tempo melanconico – che precede il buio, lo scendere della notte. Di solito al crepuscolo diventa più difficile mettere a fuoco le sagome delle cose che stanno all’orizzonte, riconoscere quindi cosa andiamo ad incontrare. Si tratta di un momento di passaggio, di qualcosa che ci espone ad uno scarto repentino: quello che prima diventa poco visibile, presto sprofonderà nell’invisibilità. Un po’ come il tempo che stiamo vivendo, segnato da un timbro semantico contraddittorio: da un lato impera la quotidiana litania che ci ricorda la crisi economica, politica, sociale, esistenziale; dall’altro rimaniamo comunque dentro un contesto generale che ancora è disegnato per qualcosa che non c’è più, il progresso del consumo, il benessere, la felicità edonista» (pp. 12 – 13).

Incontrando l’autrice di questo saggio, Monia Andreani, che è anche una collega e una cara amica, le ho fatto qualche domanda sul perchè di questo saggio -che è in un formato tascabile, molto elegante, in carta riciclata e molto bella- cosa l’ha spinta ad approfondire questo tema e a chi si rivolge la sua riflessione. 

Ciao Monia, puoi dirci due parole di presentazione su di te e sul tuo saggio?

Ciao, mi fa molto piacere essere qui tra voi! Mi occupo di etica, bioetica e di diritti umani e ho da poco iniziato un mio blog. Il saggio Twilight. Filosofia della vulnerabilità è stato pubblicato dalla casa editrice Ev di Macerata. Il libro è corredato da due foto speciali di Marko Tardito, dedicate ai fiori secchi – delicati, speciali nella loro bellezza sempiterna … un po’ come i vampiri della saga della Stephenie Meyer di cui il libro si propone come una interpretazione filosofica e pedagogica in chiave etica.

Puoi spiegarci meglio? E’ corretto dire che il tuo lavoro è una interpretazione filosofica della saga di Twilight? Come definiresti il tuo libro?

Il saggio prende spunto dal fenomeno mediatico eccezionale di Twilight– paragonabile per quantità di copie vendute e per numerosità di persone che hanno seguito i film solo a Harry Potter- per fare in realtà una riflessione etica sulla vulnerabilità sociale, individuale, relazionale della nostra vita quotidiana in un mondo globalizzato e individualizzato. Nella storia di Twilight, alcuni vampiri, e degli esseri mutanti come i lupi mannari, si prendono cura di una ragazza umana che non è debole e indifesa ma forte e indipendente: è  una storia di relazione e di affetto reciproci sullo sfondo di una società umana in profonda crisi che sembra simile alla nostra…

Come dire che… quei vampiri siamo noi? E quali risposte ci dà questa visione?

La mia proposta interpretativa è proprio questa. Il saggio, prendendo spunto dalla saga di Twilight,  traccia una riflessione etica a partire dal tema della vulnerabilità – la nostra fragilità di fronte alla violenza dei nostri simili – e a quello del prendersi cura gli uni degli altri – a partire dalla nostra comune umanità comune nascita e comune destino.

Com’è nato il tuo interesse per questa saga? Cosa ti ha portato a scrivere un libro di filosofia a partire da un fenomeno pop?

Sono docente all’Università, ma il punto di riferimento dei miei studi sono le giovani generazioni e quando ho visto tanta passione diffondersi per questo fenomeno chiamato Twilight saga – al punto che ragazze mai entrate in libreria si fiondavano nei negozi a ordinare i libri della Meyer, (tomi di mille pagine l’uno) – ho pensato: se voglio capire qualcosa di loro, dialogare con loro e parlare loro, devo conoscerli meglio e capire perché amano tanto queste storie. Quando ho cominciato a leggere ho individuato una traccia: i ragazzi e le ragazze cercano risposte al bisogno di affettività, di rete amicale e familiare diffusa, alle domande più profonde e inconfessabili sulla vita, la morte, la malattia, la violenza, la solitudine, sull’amore e in questa saga trovavano una storia appagante, non proprio risposte ma una narrazione di vita che li poteva gratificare. Allora ho deciso di far emergere dalla trama una serie di riflessioni proprio sui temi che si intrecciano in una storia di vita (e di morte che diventa vita eterna) – la vita dei vampiri – temi molto importanti per una società come la nostra che si ostina a voler nascondere la malattia, il dolore, la morte; una società che si vergogna di provare sentimenti ed emozioni come la simpatia o la compassione per la diversità, una società che deve spettacolarizzare tutto e digerirlo in grande velocità.

A chi è rivolto il tuo libro?

Il libro è per tutti coloro che vogliono trovare percorsi di riflessione attorno a questioni difficili, ma in modo molto accessibile, e quindi non ha un pubblico specializzato. Lo consiglio vivamente a tutti quei genitori, ma anche insegnanti che vogliono entrare nel mondo della saga di Twilight e in generale dell’evoluzione della figura del vampiro – che oggi va tanto di moda – per avere un momento di dialogo con i propri figli e/o studenti, ma soprattutto per partire da questi spunti  per affrontare i temi cruciali per la vita di tutti e che ai giovani interessano moltissimo. Lettori privilegiati sono poi i giovani e le giovani che amano o odiano la saga di Twilight: ai primi può dare stimoli per una lettura/interpretazione più consapevole; agli altri può spiegare perché non sono soddisfatti della trama o addirittura la rifiutano.

In che senso, puoi fare un esempio?

Ad esempio, sono numerosi i ragazzi che rifiutano questa storia perché non accettano i ruoli dei personaggi maschili, Edward e Jacob, rispettivamente un vampiro e un uomo lupo innamorati della stessa ragazza, che inevitabilmente sceglierà solo uno di loro come partner e l’altro come amico. I due personaggi non si combattono, non sono violenti l’uno con l’altro, anzi cooperano per prendersi cura di lei. Questo modo di comportarsi non piace troppo a giovani cresciuti con un mito della virilità che non prevede sentimenti come la comprensione, il rispetto delle scelte altrui e soprattutto il rifiuto della violenza. Nel mio libro traccio anche elementi per comprendere le nuove forme della maschilità e della femminilità che sono presenti nella storia della Meyer, perché se i ragazzi descritti sono diversi dal solito, anche Bella, il personaggio femminile, è del tutto particolare: giudica le istanze culturali con gli occhi di chi pretende rispetto per le donne. Si oppone ad un’immagine stereotipata del femminile, concentrata sul corpo e sull’apparire, sulla sensualità del mostrare un corpo procace per riconfermare l’appartenenza di genere. Bella pretende di essere riconosciuta solo per quello che è, per le sue scelte di vita e per le sue azioni.

Come possiamo sintetizzare la riflessione centrale del tuo saggio?

Nella mia lettura, la saga di Twilight mette in luce una visione radicalmente diversa dell’immaginario fantasy rispetto al vampirismo e anche rispetto al tema della salvezza dell’umanità. La visione eroica è completamente e definitivamente superata a favore di un maggiore equilibrio dato dalla centralità del nesso inestricabile costituito dalla vulnerabilità umana e dalla responsabilità verso gli altri che conduce al prendersi cura.

Un segno di interesse, quello dei ragazzi per questi temi, che ancora una volta ci ricorda quanto sia importante il dialogo con loro e quanto è grande il loro bisogno di filosofia, intesa e praticata, come ci mostra anche Monia con il suo saggio, nelle occasioni quotidiane affrontando i temi vitali e le domande esistenziali di cui i ragazzi e le ragazze sono sempre più alla ricerca.

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Il libro di oggi:

Twilight. Filosofia della vulnerabilità

Ev Casa Editrice ( http://www.evcasaeditrice.it/twilight.htm)

Collana: Pensieri- Macerata – 13 euro


 

 


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9 Skills

 

Never doubt that a small group of thoughtful, committed citizens can change the world.

Indeed, it is the only thing that ever has.

(Margaret Mead US anthropologist & popularizer of anthropology, 1901 – 1978)

 

Se dovessimo scegliere nove abilità essenziali da trasmettere ai bambini, quali sceglieremmo? Palmy ha proposto di discutere insieme, in un appuntamento settimanale,  le abilità suggerite da Zenhabit. Questa settimana il confronto è sulla capacità di affrontare i cambiamenti.

A mio avviso, questa abilità, l’ultima nell’elenco proposto, è forse la più complessa, perchè coinvolge ciò che è fuori dal nostro controllo, l’essenza stessa delle cose, destinate a scorrere sempre. Tuttavia, non solo le cose cambiano per loro natura e ci viene richiesto di imparare ad accettarle così, in movimento e in trasformazione continua, ma è anche vero l’opposto, ed è su questo che vorrei riflettere con voi, è vero cioè che: “Prima di essere qualsiasi altra sua facoltà, l’uomo è un animale visionario: ogni facoltà umana è infatti, in quanto specificamente umana, coinvolta nella potenzialità di trasformare qualsiasi già dato in altro, cominciando ad immaginarlo diversamente.” (La filosofia come stile di vita)

Immaginare le cose diversamente è un’abilità creativa. La tensione creativa nasce quando si riscontra una distanza tra il desiderio e la realtà: dal desiderio, dalla percezione di una possibilità nuova, ha origine il pensiero fecondo, quello che fa nascere un’idea diversa. Da un’idea diversa nasce la possibilità di un cambiamento che non sia un evento naturale o subìto, ma un evento creato.

Una mente creativa è una mente flessibile e la mente flessibile è capace di adattarsi a situazioni fluide, non perchè le subisce, bensì perchè ha appreso ad immaginare e progettare soluzioni nuove e migliori anche di fronte a fatti avversi e mutevoli.

E’ possibile aiutare i bambini a sviluppare un pensiero creativo?

Le teorie moderne sul funzionamento della mente danno grande importanza al ruolo delle interazioni che gli esseri umani intessono con gli altri simili e con il loro ambiente. Mentre interagisce con gli stimoli ambientali, la mente acquisce nuove conoscenze e aggiorna quelle precedenti. Il risultato finale non è mai semplicemente l’impronta degli stimoli, non coincide con la somma di tutte le informazioni, ma è la costruzione di una conoscenza articolata e progressiva. In questo senso, possiamo dire che il proceso di apprendimento è sempre un processo creativo.

Wilhelm von Humboldt ha detto che  “Investigare e creare- questi sono i temi attorno a cui tutte le occupazioni umane più o meno direttamente si rivolgono. ” N. Chomsky ha aggiunto un altro termine imprescindibile: la libertà. Come genitori e come educatori, possiamo stimolare la creatività nei bambini offrendo loro la possibilità di imparare, sperimentare e avere un pensiero libero da stereotipi e pregiudizi, mode e convenzioni. In questo modo, il cambiamento potrà apparire loro come un evento naturale, l’occasione da cui far nascere qualcosa di buono.

 

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Per approfondimenti

Multilinguismo e creatività: cosa dice la ricerca?

L’importanza della comunicazione per sviluppare la creatività

La comunicazione interculturale

Come stimolare la creatività nei bambini?

M. Montessori (2008). Educare alla libertà. Mondadori

Gli altri contributi del blog a quessto appuntamento  li trovate a questo link, le altre abilità discusse sono:  fare domande, risolvere problemi, affrontare progetti, coltivare passioni, indipendenza, essere contenti con sé stessi, compassione e tolleranza.

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Grandi e cuccioli

A che età i bambini imparano a leggere? A 18 mesi circa, dice la ricerca e ci conferma la cuginetta, che ha due mesi più di Bibì.  Ovviamente, bisogna accordarsi sul significato delle parole: a quest’età i bambini cui vengono letti i libri adatti, imparano la storia o le sequenze e quindi anticipano quello che segue. Inoltre, con la lettura ripetuta dello stesso libro, possono concentrarsi su aspetti diversi dall’andamento della storia: come sono fatti i libri, che rapporto c’è tra parole e immagini e tra immagini, parole e suoni e quindi imparare a leggere ‘davvero’, in modo naturale, quando sono pronti, senza che ci sia nessuna fretta di insegnare loro a farlo. Per approfindire il tema della lettura, vi consiglio i link che trovate alla fine del post.

Tra i primi libri per Bibì, abbiamo incluso questa serie, “Apri le finestrine” divertente, interattiva e ricca di proposte, edita da La coccinella

Una collana

Quello che abbiamo scelto associa “I grandi e i cuccioli”: bambino e genitori, vitelli, gattini …. pulcini

I pulcini

 

Inutile dirvi che in casa è tutto un MUUUU, BUBU, MIAO, BEEE (di cui solo la metà appartengono alla bimba!!!)

 

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Link di approfondimento

Amare la lettura: fin da piccoli

Imparare a leggere: i pre-requisiti fondamentali

Ampliare il vocabolario: fin da piccoli

LETTURA E CERVELLO: GLI STUDI DI MARYANNE WOLF

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Un viaggio a Roma, a trovare la cuginetta. Abbiamo giocato in lbreria:

Libreria

E amato passeggiare per le strade:

Per le strade romane

Al ritorno, in treno, dopo la merenda, un libro  per la bimba e il papà…

Letture col papà

…e uno per la mamma, apprezzato tantissimo, letto in interamente in viaggio:

Linguaggio e società

Il linguista De Mauro presenta alcune delle relazioni tra linguaggio e società. Ne segnalo una per tutte, convinta che possa da sola trasmettere il senso dell’utilità di questa lettura, breve, agile, ma intensa:

“La democrazia intera è in se stessa discutidora… bisogna che alle discussioni che fanno il tessuto della vita democratica possano partecipare tutti… E scuola e educazione linguistica hanno una funzione centrale in ciò. Spendere in scuola e in educazione è un investimento per la democrazia.”

(Tullio De Mauro, In principio c’era la parola?, 2009)

Per approfondimenti

L’importanza della lettura fin da piccoli

Come insegnare ai bambini a raccontare una storia

Come insegnare ai bambini a costruire un dialogo

 

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La disfluenza verbale, o balbuzie, è un disordine della parola che colpisce circa l’1% della popolazione mondiale: la fluidità è interrotta da ripetizioni involontarie e prolungamenti di suoni, sillabe, parole o frasi e da involontarie pause. Le disfluenze di questo tipo devono essere distinte dalle esitazioni comuni nel parlare e dalle incertezze che derivano da una scarsa padronanza della lingua. Nei bambini bilingui, la disfluenza dà origine a cinque domande peculiari, cui rispondo nel contributo di oggi nella rubrica Ricerca su Bilingue per Gioco.

1. La balbuzie è più frequente nei bilingui?

2. Il livello di conoscenza di una lingua influisce sulla fluenza?

3. E’ possibile distinguere difficoltà di espressione da problemi di fluenza in una lingua non nota al personale medico?

4. Le disfluenze verbali possono essere trattate in modo adeguato nei bambini plurilingui?

5. Quale ruolo giocano le differenze culturali nel trattamento?

 

 

Per approfondimenti

Code mixing e code switching

Lidcombe Program

Bloodstein, O., & Bernstein Ratner, N. (2008). A handbook on stuttering (6th ed.). Clifton Park, NY: Delmar.

In cammino verso l’im-pazienza: Dal dottore

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9 skills

Tra le  nove abilità essenziali che un bambino deve imparare e che Palmy ci invita a discutere insieme troviamo la compassione, un concetto complesso che nel linguaggio comune ha assunto un senso diverso e meno utile:

Nei secoli, la parola compassione prende forma sul concetto di pietà – una pietà che è quasi disprezzo. Eppure la sua radice, il significato originale dei suoi componenti è tanto più nobile, di respiro tanto più ampio. La compassione è la partecipazione alla sofferenza dell’altro. Non un sentimento di pena che va dall’alto in basso. Si parla di una comunione intima e difficilissima con un dolore che non nasce come proprio, ma che se percorsa porta ad un’unità ben più profonda e pura di ogni altro sentimento che leghi gli umani. E’ la manifestazione di un tipo di amore incondizionato che strutturalmente non può chiedere niente in cambio.
Ed è la testa di ponte per una comunione autentica non solo di sofferenza, ma anche -e soprattutto- di gioia vitale, e di entusiasmo.

Come trasmettere questo valore ai bambini?

La chiave è essere un esempio di com-passione. Sii compassionevole con i figli e con gli altri, sempre. Mostra empatia chiedendo agli altri cosa pensano e spiegando ad alta voce come pensi che gli altri si sentano. Dimostra appena puoi come alleviare il dolore degli altri quando è possibile, come rendere felici gli altri con piccoli gesti di gentilezza, e come tutto ciò rende felice te.

Per riflettere sulla differenza che passa tra la compassione in senso etimologico e la sua versione banalizzata, vorrei citare un esempio tratto dal nostro linguaggio di tutti i giorni. Se mi dici che hai preso 30 ad esame posso rispondere ‘sono contenta’ oppure ‘sono contenta per te’, come fanno in molti.

La differenza tra queste due formule è quella che c’è tra la partecipazione all’emozione dell’altro e la buona educazione. Tra sentimento e formalità. Tra com-passione, appunto, e riti vuoti, pratiche passive, ripetute per ‘buona educazione’.

E’ la stessa differenza che passa anche tra democrazia come partecipazione alla politica, cioè alla vita dei cittadini (πολίτης , polites) e democrazia formale, quella del vincitore, del potere del più forte. Il più forte ha vinto sempre sulla base della forza bruta, non era necessario inventare la città, la vita politica, la democrazia: potevamo restare al tempo della pietra e della clava.

Dalla vita politica ci aspettiamo qualcosa di diverso, di più raffinato.

Una lezione importante in questo senso possiamo leggerla nelle opere di Martha Nussbaum. Per sintetizzare la sua complessa visione, vorrei ricordare un esempio che lei stessa fece anni fa ad una lezione alla Georgetown University a cui ero presente. Se vedo una persona in difficoltà, abbandonata dalla società, posso chiedere che vengano riconosciuti i suoi diritti. Il diritto al lavoro, alla pensione, alla salute. Oppure posso chiedere che vengano rispettati i suoi diritti in quanto anche miei diritti: il diritto ad una società giusta, ad una società che non abbandona i suoi concittadini più deboli, che non tradisce i giovani e non abbandona i vecchi. Che non fa differenze tra i sessi e le diverse abilità, ma accoglie le differenze come fonte di arricchimento.

Coltivare l’umanità significa valorizzare le differenze, come ci insegnano le mamme speciali. Coltivare l’umanità significa studiare la storia, la filosofia, i classici, il latino, il greco, la letteratura: discipline che sempre più spesso vengono definite ‘non utili’, forse proprio perchè contribuiscono a vedere l’essere umano dietro ai fatti e alle cose.

La compassione, se diventa diritto e sistema, aiuta ad abbracciare la vita degli altri e così a rendere migliore per tutti il mondo che condividiamo. Dice R. Kipling “L’oriente è l’oriente e l’occidente è l’occidente, e i due mai s’incontreranno… Ma non esiste nè l’oriente nè l’occidente nessun Confine nessuna Razza, nessuna Origine, quando due uomini si trovano faccia a faccia, anche se giungono dai confini della terra.”

 

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Letture di approfondimento

Martha C. Nussbaum (2006). Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea.  Carocci (consiglio una recensione molto ricca qui)

Martha C. Nussbaum (2009). L’intelligenza delle emozioni. Il Mulino

Filottete. Sofocle

M. Nussbaum: intervista su The Value of the Humanities

M. Nussbaum: Legally Speaking

Un nuovo soggetto politico

Gli altri articoli del blog che partecipano al blogging day 9 mondays for 9 skills


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9 Skills

 

Stare bene con se stessi è uno delle nove abilità essenziali che un bambino deve imparare e che Palmy ci invita a discutere insieme. Che significa stare bene con se stessi?

Stare bene con se stessi: Troppi genitori tengono i bambini nella bambagia, legati al giunzaglio, rendendoli dipendenti dalla propria presenza per essere felici. Quando cresce, poi, il bambino non sa come essere felice. Deve subito attaccarsi ad una fidanzata o agli amici. In questo modo, i bambini dipendono da cose esterne, ad esmepio shopping, alimentazione, video games, internet. Se invece il bambino impara da piccolo a stare bene con se stesso, attraverso il gioco, la lettura e l’immaginazione, possiede una delle abilità più importanti che esistano. Permetti a tuo figlio di stare da solo fin da piccolo. Rispetta la sua privacy, scegli dei momenti (ad esempio alla sera) in cui genitori e figli possano avere tempo per stare ognuno con se stesso.

Being happy on their own. Too many of us parents coddle our kids, keeping them on a leash, making them rely on our presence for happiness. When the kid grows up, he doesn’t know how to be happy. He must immediately attach to a girlfriend or friends. Failing that, they find happiness in other external things — shopping, food, video games, the Internet. But if a child learns from an early age that he can be happy by himself, playing and reading and imagining, he has one of the most valuable skills there is. Allow your kids to be alone from an early age. Give them privacy, have times (such as the evening) when parents and kids have alone time.

Come possiamo realizzare questo proposito attraverso le pratiche comunicative?

1. Non temere il silenzio. Voglio riportare a questo proposito una citazione che mi sembra molto significativa: “Chi non comprende il tuo silenzio probabilmente non capirà nemmeno le tue parole”  (Elbert Hubbard).

2. Rispettare i turni nella conversazione: lasciare ai bambini il tempo per esprimersi, fin da neonati, quando con vocalizzi o sorrisi già sanno riempire di comunicazione il proprio spazio, se glielo permettiamo.

3. Non confondere il rispetto per il tempo da dedicare a se stessi con la solitudine: una cosa è ‘fare da soli’, una cosa bene diversa è ‘sentirsi soli.’

4. Le azioni da fare da soli, il tempo da dedicare ai propri interessi si devono scegliere insieme e non unilateralmente: è importante negoziare questi spazi, capire quando i bambini vogliono provare a fare da soli e quando hanno ancora bisogno di noi. Troppo spesso si sente dire “Ormai sei grande” ad uso e consumo delle preferenze e delle esigenze dei soli adulti. Così come, al contrario, non si lascia sperimentare un’azione al bambino non perchè non sia ormai giunto il momento ma perchè ‘se mangia da solo si sporca’, ‘per vestire da solo impiega troppo tempo’.

5. Preferire uno stile di comunicazione che metta al centro i bambini: per una comunicazioen efficace, che sia di sostegno allo sviluppo linguistico e alla negoziazione, la ricerca consiglia di mettersi ad altezza di bambino.

6. Per lasciare liberi i bambini fin da piccolissimi, è importante che i genitori creino per loro uno spazio sicuro e un ambiente stimolante. Alcuni requisiti per capire cosa rende un ambiente stimolante per un bambino, li potete trovare qui.

7. L’indipendenza dei bambini si può coltivare  attraverso l’esperienza e la competenza: “Un uomo non ha orecchie per ciò a cui l’esperienza non gli ha ancora dato accesso” (Friedric Nietzche).

 

 

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Letture di approfondimento

L’Indipendenza: quando cominciare e perchè?

9 Mondays for 9 Skills: independence

Creativi si nasce o si diventa?

Why French Parents Are Superior

 

Proposte di lettura (in inglese)

The Power of Play: How Spontaneous, Imaginative Activities Lead to Happier, Healthier Childrens

Creating Survivors: Children Able to Navigate the Ups and Downs of Life with Grace

Gli altri articoli del blog che partecipano al blogging day 9 mondays for 9 skills

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Nascita senza violenza

“Le cose sono semplici, solo la mente è complicata”

Frédérick Leboyer

Ho letto in poche ore questo libro molto bello, che ha segnato un punto di svolta fondamentale nella pratica ostetricia occidentale: “Per una nascita senza violenza” Frédérick Leboyer, Bompiani.

“Leboyer, nato in Francia nel 1918, ha lavorato come medico ostetrico-ginecologo per più di vent’anni, diventando primario della Clinica Ostetrica dell’Università di Parigi. Parallelamente alla quotidiana routine in sala parto, dai primi anni Sessanta percorre un suo intenso cammino di ricerca interiore e spirituale. Nella convinzione che l’unico vero viaggio sia quello dentro se stessi, Leboyer parte dall’esperienza psicanalitica che lo aiuterà in modo determinante a riconoscere la paura e la sofferenza Legata all’esperienza della nascita da parte del Nuovo Nato”.

La sua riflessione inizia dal considerare i segnali che il neonato ci invia, le sue parole. Lo prendono per pazzo, ovviamente, il neonato- secondo molti- non sente, non prova emozioni e non parla. “Si dice che il neonato non sente nulla. E invece sente tutto. Tutto, totalmente, senza scelte, senza filtri, senza discriminazioni. Il neonato non parla? No, no. Siamo noi che non l’ascoltiamo.

Nella convinzione di questa profonda competenza dei bambini appena nati, Leboyer “si rivolge poi alle discipline orientali, per trovare adeguate risposte alle domande che la psicanalisi ha lasciato aperte in lui. Si reca frequentemente in India e pratica il canto come si insegna nell’India del Sud e nella liturgia dei monaci tibetani. Alla fine degli Anni 60 è costretto, inevitabilmente, a confrontare ciò che egli ha maturato, durante il suo percorso di ricerca personale, con quanto quotidianamente sta attuando nella sala parto, nel suo ruolo di primario. Si rende conto delle disumane sofferenze che inflegge al bambino attraverso l’attuazione delle pratiche ospedaliere di routine, anche da lui stesso stabilite e fatte osservare ai subalterni.”

Comincia così un nuovo percorso, la riscoperta della sapienza materna e dell’ascolto del bambino, per collocare l’evento della nascita in uno spazio che non sia solo sicuro dal punto di vista medico, ma anche umano, delicato e accogliente, per la mamma e per i bambini. L’attenzione, nel mondo sanitario, al paziente, viene definito “approccio centrato sul paziente” ed ha una serie di conseguenze importanti sul piano della pratica medica e del’interazione medico-paziente. Con i bambini, l’ascolto è fondamentale anche perchè, come ci dicono gli studi più recenti della psicologia sperimentale, il legame affettivo tra gli adulti e i bambini non è determinato in modo unilaterale dalle pratiche di attaccamento dell’adulto, ma si gioca in una dimensione comunicativa reciproca tra adulti e bambini.

“Il fatto è, ancora una volta che ‘noi’ siamo sordi. Le nostre orecchi di uomini non percepiscono più nulla. il fremito di una foglia, il trasalimento di un animale. Il saggio sente il ruomore del’erba che spunta.

E il bambino giudica infallibilmente le sfumature di un sospiro.

Mi farebbe piacere raccogliere le vostre testimonianze sulla relazione medico-adulto-bambino per poter approfondire insieme questa tematica che mi coinvolge dal punto di vista personale e professionale e che non si tratta mai abbastanza.

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Questo post partecipa, con un giorno di anticipo, al Venerdì del libro.  Questo appuntamento nasce da un’idea di Paola di Homemademma che sta anche organizzando una biblioteca virtuale raccogliendo su Anobii tutte le proposte, a questo link.


Approfondimenti

Competenze dei bambini

Il punto di vista dei bambini

Il punto di vista della mamma

Fonti

Fonte della biografia

La comunicazione affettiva tra il bambino e i suoi partner, Riva Crugnola C. Raffaello Cortina Editore, 1999 - L’ambiente e gli stimoli ideali per lo sviluppo cognitivo nei primi anni

Ringrazio Ilaria che mi ha permesso di utilizzare questa bellissima foto: “Ilaria Corticelli – Creative Photographer

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L’incontro tra culture viene spesso percepito come una minaccia, un pericolo: per il singolo, che rischia di perdere le sue radici, e per un Paese, di cui si vede sgretolarsi l’omogeneità.

Ma che cosa è la cultura? Secondo Bachtin (qui): “non dobbiamo immaginare il regno della cultura come uno spazio con delle frontiere e un territorio al suo interno. Il regno della cultura è completamente distribuito lungo le frontiere. Le frontiere sono dappertutto, attraversano ogni suo aspetto. Ogni atto culturale vive essenzialmente sulle frontiere. Se viene separato da esse perde il suo fondamento, diventa vuoto e arrogante, degenera e muore.”

Oggi, sono sempre più numerosi i bambini che crescono dentro più culture, che passano da un mondo all’altro negli anni della crescita: che cosa comporta per loro questo contatto e questo cambiamento? quali sono gli svantaggi? ci sono benefici? Per approfondire questo tema, che coinvolge non solo i migranti ma tutta la società che si trova a vivere anche senza spostarsi a contatto con altre culutre, propongo il mio contributo di oggi nella Rubrica Ricerca sul blog di Letizia, Bilingue per Gioco: Confusi? No, multiculturali. Potete trovare anche altri spunti di approfondimento e suggerimenti di lettura.

 

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9 skills

L’indipendenza è uno delle nove abilità essenziali che un bambino deve imparare e che Palmy ci invita a discutere insieme. Che cos’è l’indipendenza?

“I bambini devono pian piano imparare a fare da soli. Un po’ per volta, ovviamente. Incoraggiali a fare da soli, insegna loro come fare, fai da esempio, aiutali a fare qualcosa e poi diminuisci il tuo contributo e lascia che facciano i propri errori. Fai in modo che, con il tempo, sviluppino fiducia in sè stessi e che godano dei piccoli successi e risolvano da soli gli errori. Imparando a fare da soli, imparano anche che non hanno bisogno di un genitore, un insegnante o un capo per dire loro cosa fare. Possono gestirsi da soli, essere liberi e scegliere la propria direzione”.

“Kids should be taught to increasingly stand on their own. A little at a time, of course. Slowly encourage them to do things on their own. Teach them how to do it, model it, help them do it, help less, then let them make their own mistakes. Give them confidence in themselves by letting them have a bunch of successes, and letting them solve the failures. Once they learn to be independent, they learn that they don’t need a teacher, a parent, or a boss to tell them what to do. They can manage themselves, and be free, and figure out the direction they need to take on their own”. (fonte)

Quale ruolo ha la relazione comunicativa nel favorire nei bambini e nelle bambine l’autonomia e la capacità di far fronte alle situazioni difficili?

Insegnare ai bambini a cavarsela nelle difficoltà richiede in primo luogo una disposizione psicologica di amore, sostegno e di fiducia che gli adulti assumono nei confronti dei bambini e si trasmette poi concretamente attraverso le azioni comunicative di tutti i giorni.
Genitori, insegnanti, assistenti possono influire sul processo di crescita dei bambini, anche in situazioni difficili e a rischio, sostenendoli e trasmettendo loro l’idea che possono intervenire non solo nelle singole difficoltà, ma, almeno in parte, anche di fronte ad un destino difficile, come può essere quello della malattia o di situazioni a rischio.
Dando ai bambini e alle bambini un messaggio concreto di autonomia e fiducia di fronte alle sfide e alle difficoltà, si trasmette anche un modo efficace di essere vicini agli altri, di sentirsi di supporto agli amici, di trasmettere a loro volta la fiducia, il sostegno e l’incoraggiamento che hanno ricevuto.

Riassumo 5 azioni fondamentali che possono essere approfondite in questo articolo dove potete trovare anche le fonti e qualche lettura di approfondimento:

1. Sviluppare la competenza: la vera sicurezza nasce dal saper fare, ma insegnare a fare da soli è un ossimoro: è importante che i bambini siano lasciati liberi di sbagliare. Possiamo guidarli nell’analisi dell’errore lasciando però che trovino la soluzione, sperimentando.

2. Sviluppare la sicurezza in sé stessi: la sicurezza nasce dalla verità, meglio che i bambini si sentano dire che sono migliorati in qualcosa piuttosto che ricevano una lode immeritata.

3. Favorire le amicizie: stando insieme, i bambini imparano ad imitare i più grandi e ad aiutare i più piccoli, sviluppando, su vari piani, competenze diverse da quelle sperimentate con gli adulti.

4. Affrontare le situazioni difficili: di fronte alle situazioni difficili, gli adulti possono dare incoraggiamento e conforto, senza risolvere direttamente la situazione. Gli adulti insegnano anche attraverso il proprio vissuto: è molto importante ricordarsi che l’esempio degli adulti può avere forti e durature ripercussioni sui bambini.

5. Conoscere e gestire le proprie emozioni: i bambini gestiscono le novità del loro ambiente e il loro sentire attraverso il riferimento sociale: le reazioni degli adulti sono il faro guida per i bambini e in relazione ad essi i bambini assegnano un valore al proprio sentire.

 

Per un approfondimento, vi rinvio all’articolo originario. Questo post, partecipa all’iniziativa di Palmy 9 Mondays for 9 Skills.

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Applausi e canti

“Un giorno lessi un libro e tutta la mia vita cambiò” Orhan Pamuk

La casa editrice Sinnos onora la propria storia con scelte editoriali ‘diverse’. Nata nel 1990 nel carcere di Rebibbia dall’incontro di alcuni volontari del CIDSI (Centro Informazioni Detenuti Stranieri in Italia) e di alcuni detenuti, è una cooperativa che promuove progetti di diffusione della lettura, di mediazione culturale e di formazione. Hanno l’abitudine di metterci la faccia e penso che, anche se hanno vinto tantissimi premi, non ci prenderanno l’abitudine e continueranno a proporre progetti e libri meritevoli di attenzione. L’ultimo segno l’hanno lasciato grazie al libro “Nina e i diritti delle donne” di Cecilia D’Elia, illustrato da Rachele Lo Piano, libro di cui anche noi abbiamo parlato e che ha vinto il premio Libro dell’Anno 2012 dell’Editoria Ragazzi.

In questi giorni, la Sinnos ha presentato alla Fiera del Libro dei ragazzi 2012 di Bologna un altro libro speciale: Marco e Asha vanno in ospedale. Pensieri di bambini sordi di Marisa Bonomi, illustrazioni di Cristina Pietta, con DVD in LIS (Lingua dei Segni Italiana), in collaborazione con l’Associazione Mons. G. Marcoli.

Il libro è scritto in modo molto efficace ed ha immagini bellissime. Da subito, colpisce il punto di vista di Marco, che vive la nascita non come separazione dalla madre, in conformità al luogo comune, ma come sete di esplorazione di un mondo gioioso e infinito. Come tutti i bambini, Marco ha nei suoi genitori il punto di riferimento per orientarsi emotivamente  (il riferimento sociale) ed è per questo che scopre di essere ‘malato’ dalla tristezza che legge negli occhi dei suoi genitori. Marco è sordo, la sua esperienza del mondo è diversa e le possibilità di interazione con gli altri diventano sempre più difficili. Ad un certo punto, la sua storia si intreccia con quella della piccola Asha, una bambina indiana che alla sordità unisce l’essere straniera come ostacolo alla comprensione e alla relazione con il mondo sociale.

Malattia, bambini stranieri, bambini in ospedale, famiglie straniere, medici e mediatori: una costellazione di protagonisti che interagisce per trovare insieme il modo migliore di comunicarsi emozioni, possibilità, scelte. Una storia che può contenere al suo interno la storia di tutti. Nel caso dei bambini sordi in particolare, però, i genitori devono essere consapevoli dei diritti dei loro bambini e delle conseguenze profonde che le scelte fatte precocemente hanno nel tempo: ad esempio, un linguista di fama internazionale, F. Grosjean, ha pubblicato una carta plurilingue del diritto dei bambini sordi ad essere bilingui, ad acquisire cioè dalla nascita sia la lingua dei segni che quella orale del proprio paese (per un approfondimento, potete leggere qui). In alcuni casi, le famiglie possono decidere di optare per un intervento chirugico complesso, che può permettere lo sviluppo di una comunicazione orale a livelli molto molto buoni. Non metterò il link, a questo punto, perchè i siti più approfonditi hanno anche immagini molto esplicite di cosa questo intervento significhi a livello chirurgico.

Mi preme invece presentare la ricchezza delle lingue dei segni (la LIS è quella italiana), a torto considerate da alcuni lingue minori rispetto a quelle orali, e la vitalità e la creatività del mondo dei sordi italiani, che ho potuto conoscere da vicino grazie ad un bambino maestro di nome Nicola, premiato con il premio speciale Gioventù per la regia del cortometraggio “Il Cappotto” alla  Biennale internazionale del cinema sordo 2010. Come Marco e Asha ci dicono nel libro, il mondo dei sordi non è silenzioso e, se siamo noi udenti ad allenare orecchi e occhi, non è nemmeno privo di parole. Anzi, Nicola è a favore della reverse inclusion, e suggerisce, come anche in questa vignetta, che non solo i sordi possono trarre vantaggio dalla lingua dei segni… in Spagna pensano anche che sia molto regale e anche Obama si fa trovare preparato!

 

Studiate la LIS!

 

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